Pistoia e i Dialoghi: le storie, i volontari, la città

Ottava edizione, quasi non entrano più sulle dita delle mani. Da otto anni Pistoia per tre giorni si trasforma, in giornate di maggio scaldate di cultura.

Sarà perché si inventa un po’ milanese, perché si fa bella in modo speciale, ma Pistoia diventa una sposa di bianco vestita in mostra per le foto dei giornali; piazze gremite, ventagli che affannano, ma soprattutto orecchie che ascoltano, imparano, reagiscono. Domande che arrivano, confronti che arricchiscono. “I Dialoghi credono che la cultura ci renda esseri umani migliori”, ha detto una volta Giulia Cogoli.

Ed esseri umani migliori saranno anche – si spera – le centinaia di volontari in divisa e collaborazione; gambe veloci e menti attente è quello che si chiede loro, e poi passione, educazione e facce sorridenti. Nei mesi antecedenti al Festival mi si è preso un po’ in giro – creando addirittura un hashtag ufficiale! -, fra amici e colleghi, perché una volta ho detto a un ragazzo che il festival è disponibilità. Ebbene, scherzi a parte, dal punto di vista dei volontari, il festival deve essere proprio questo. E capita allora che chi ha il turno il venerdì, senza che glielo chiedi torni il sabato, e poi anche la domenica mattina e infine la domenica pomeriggio perché c’è l’intervento di Paolini e lo volevo vedere, e perché magari si capisce che è bello passare le giornate in collaborazione e serenità, lavoro e soddisfazioni.
Con la lingua è stato difficile, ma col cuore è stato molto bello” ha detto uno dei ragazzi dei centri di accoglienza di Pistoia, quest’anno coinvolti nell’atmosfera dei Dialoghi come volontari adulti; e mi sembra di non dover aggiungere altro.

I volontari dei Dialoghi 2017Tante le conferenze, come sempre, tanti i nomi importanti per questo anno da Capitale, tanti gli eventi (e gli effetti) collaterali: mostre fotografiche, ospedali per le bambole, proiezioni di film. E poi Aime e Favole che passeggiano accaldati per Ripa del Sale, che ti salutano e ti sorridono con casalinga naturalezza, e tu pensi a Gianna Manzini che scriveva che “basterebbe una strada, via Ripa del Sale, a farmi tenere tutta la città in mezzo al petto” ed è proprio così se, salendo dal tendone di Piazza San Bartolomeo, incontri di riflesso al tuo Campanile un po’ di cultura a gratis, come si dice dalle nostre, schiette, parti.

Non ho mai pensato fosse obbligatorio essere studiati per partecipare a un Festival del genere, e non credo a chi ha paura di ascoltare con la riserva, già in partenza, di non riuscire a capire.
È lecito ascoltare e non capire, è giusto anche; è lecito essere curiosi, assorbire e rimuginare, ruminare e riflettere; è lecito anche solo farsi investire dalle parole per il gusto di farlo, come una musica, quasi.

E musica da cui farsi investire è stata quella dell’Orchestra Leonore in apertura di Festival. Una Nona del Maestro per Maestri, una Nona da abbracci a fine concerto, in un teatro pieno e caldo di gente.

Detto questo, il giorno dopo, sono uscita da Via Bracciolini col rintocco del Campanile per mano e scrupolosi tecnici con elmetto stavano già accatastando le seggioline blu; non c’è più posto per stare a sedere, ora è tempo di muoversi con le proprie gambe.

La cultura è uscita dai tendoni.

 

 

(testo di Rachele Buttelli, volontaria ‘di lungo corso’ di Pistoia – Dialoghi sull’Uomo)