Il Crocifisso di Coppo e Salerno, dipinto di grande
spessore artistico e manufatto di alta qualità esecutiva
è giunto a noi estremamente segnato, quale classico doloroso,
dagli umani interventi più che dall’opera del tempo.
È stato, ed è, un prodotto di sapientissima esecutività
sia nell’impiego del supporto ligneo (solidità e
planarità generale lo dimostrano tuttora), che nell’impiego
e sapienza nell’uso della splendida tempera d’uovo.
Possiamo ben immaginare la luce degli ori e degli argenti, la
sonorità ed intensità delle cromie così come
avrebbe ben potuto essere ancora se l'uomo non vi fosse così
distruttivamente intervenuto. Pensiamo per questo, a riprova delle
volute intensità dei colori di un tempo che tutti gli azzurri
presenti sono in lapislazulo, il più splendente e costoso
dei pigmenti antichi.
I segni dei nefasti interventi subiti, quei danni che sappiamo
essere irreversibili, sono ben presenti a raccontare le vicende
in tanti secoli avvenute. L’opera come è chiaramente
deducibile aveva grandissime dimensioni prima dell’asportazione
delle due cartelle laterali con i Dolenti, della superiore con
l’I.N.R.I. e di gran parte del pedano di base che portava
il teschio di Adamo. Questa resezione, avvenuta in antico, piva
il dipinto anche della sua importante e bellissima geometria,
stilisticamente consueta. E poi, ancora i danni della pittura
superstite. Esiste addirittura un documento quattrocentesco che
racconta di un “lavaggio” subito mediante l’uso
di un “sapone da panni”, cosa che è di sicuro
responsabile di tutto il sistema di consunzione dei colori e dell’oro
che investe l’opera nella sua totalità. Di certo
ciò che ha indotto a tutti gli interventi successivi di
ripatinature e ritocchi, eseguiti con la degnazione di operatori
la cui grossolanità ancora sconcerta.
Da segnalare era l’apposizione sulla pittura di un “beverone”
oleo-colloso divenuto nel tempo intrasparente e macchiato che
rendeva afona e depressa la cromia e le forme stesse del racconto,
e che insieme costituiva una vera e propria esiziale presenza
a cagione della colla animale contenuta la quale contraendosi
sollecitava e persino strappava via la delicata pellicola pittorica.
A questa situazione di degrado estetico e funzionale della pittura
si era aggiunta nei secoli la frantumazione di gran parte degli
elementi esterni delle cornicette di rigiro della sagoma, di certo
a cagione dei tanti malaccorti smaneggiamenti avuti nei molti
spostamenti di ubicazione del dipinto.
Il restauro attuale ha avuto la debita funzione, in primis, di
ovviare a tutti gli episodi di fatiscenza presenti; dal consolidamento
e dalla saldatura delle parti lignee perimetrali così come
dei diversi punti di decoesione della mestica e dei colori, e
soprattutto poi di liberare la pittura dalle congerie delle descritte
pseudo vernici che la offuscavano così pesantemente e che
costituivano una presenza così nociva. Operazione questa
che ha comportato non poche difficoltà esecutive stante
la estrema fragilità dei colori e della mestica assai indeboliti
dall’attacco dell’alcale dell’antica pulitura
così come la remozione di tutto quell’esteso sistema
di stuccature e ridipinture marroni della cornice che avevano
completamente cancellato gran parte dell’oro e in toto l’ultima
modanatura esterna a losanghe su fondo rosso. Questo ritrovamento,
anche se frammentario, è stato fondamentale per la successiva
possibilità di ricostruzione integrativa, cosa che ha reso
all’insieme la sua completezza di racconto formale e cromatico.
La liberazione dalle esiziali materie spurie sovrapposte alla
pittura ha avuto la cercata prerogativa di ritrovare gran parte
dei valori di luminosità, forza e soprattutto veridicità
che rendono all’immagine le sue peculiarità espressive
e stilistiche che ora riappaiono così affascinanti.
Poi il riassetto estetico finale di tutto il sistema delle perdite
di materia dipinta esistenti, condotto sia con il metodo delle
abbassature tonali, laddove pertinente, che con quello della selezione
cromatica per le zone da ricostruire; riassetto che ha contribuito
alla calma ed alla continuità del testo favorendone la
rilettura e riconducendolo anche alla sua valenza di splendente
“oggetto” medioevale.
Alfio Del Serra |