Definito di volta in volta “significativo
antefatto e parallelo di Cimabue” (Neri Lusanna, 1998),
”…spina dorsale della pittura fiorentina immediatamente
prima di Cimabue” (Bellosi 1991), Coppo di Marcovaldo citato
per la prima volta a Firenze nel 1260 costituisce un punto di
partenza e di orientamento per i pittori toscani dell’ultimo
quarto del secolo XIII. Il catalogo delle sue opere si è
venuto definendo negli ultimi decenni grazie a studiosi come Miklos
Boskovits e Luciano Bellosi che hanno accorpato dipinti riferibili
a lui intorno all’unico esistente firmato e datato: la Madonna
“del Bordone” eseguita per la chiesa dei Servi
a Siena nel 1261. In quel periodo Coppo era prigioniero in quella
città essendo stato catturato durante la battaglia di Montaperti:
in territorio senese avrebbe eseguito anche la Croce oggi nel
Museo Civico di San Gimignano, antefatto di quella pistoiese.
A Pistoia di fatto l’artista risulta all’opera, insieme
al figlio Salerno, dal 1265 al 1276, eseguendo tavole e affreschi
per la cattedrale che, in seguito alle successive trasformazioni
di questa, sono per la maggior parte perduti. Fra le altre opere
nelle quali i critici hanno riconosciuto unanimemente l’intervento
di Coppo, in qualche caso in collaborazione con altri artisti
tra i quali il figlio, possiamo citare: la Pala del San Francesco
Bardi in Santa Croce a Firenze, il dossale del San Michele
Arcangelo di Vico l’Abate, oggi nel museo di San Casciano
Val di Pesa, la pala con San Francesco e storie della sua
vita oggi nel Museo Civico di Pistoia. Certa sembra anche
la sua partecipazione alla decorazione della cupola del battistero
fiorentino, in particolare nel Giudizio finale.
Passando ora ad esaminare la Croce restaurata, databile agli
anni 1274-76, gioverà ricordare per inciso che essa appartiene
a una tipologia assai particolare di rappresentazione del Crocifisso,
peculiare in Italia e in particolare nell’area tosco-umbra,
che generalmente includeva nei tabelloni laterali storie della
Passione di Cristo ma anche decorazioni geometriche, mostrando
figure di dolenti nei capicroce laterali, cimasa con titulus e
spesso anche l’Eterno benedicente in alto e basamento col
Monte Calvario e teschio. Dell’evolversi della tipologia,
già passata dalla rappresentazione del Christus triumphans
a quella del Christus patiens, questa di Pistoia è
un esempio pregnante di una fase che inclina verso una maggiore
naturalezza supportata da mezzi pittorici di nuova concezione,
la cui messa a punto siamo soliti riferire a Cimabue. In realtà
il linguaggio nuovo sembra qui essere stato già recepito
da Coppo e soprattutto da Salerno: e i critici hanno da tempo
segnalato le due diverse maniere assegnando la figura del Cristo
e almeno tre delle storie a quest’ultimo, mentre a Coppo
vengono attribuite le scene del Compianto, delle Marie
al sepolcro e, forse, della Deposizione. In queste
il chiaroscuro risulta più accentuato, i panneggi più
schematici, così come marcata appare la tendenza ad esaltare
gli aspetti più drammatici degli eventi. Nelle parti attribuite
a Salerno assistiamo invece ad un utilizzo più morbido
del modellato che addolcisce le forme del corpo di Cristo, mentre
la materia pittorica si fa vibrante e si raffina. E anche nelle
storie egli approda a una narrazione più piana e garbata,
quasi lirica. In questo trascorrere da una mano all’altra,
si può cogliere davvero nella Croce di Pistoia l’emergere
di un nuovo modo di fare pittura, un modo che, in attesa della
comparsa di Giotto, vede in Cimabue il punto di riferimento, ma
ben avanzato sulla stessa strada anche il giovane Salerno che
trascina con sé, con un risultato di fascino straordinario,
il padre Coppo.
Caterina Caneva
Soprintendenza per il patrimonio
storico, artistico ed etnoantropologico delle province di Firenze,
Pistoia e Prato |